La paura del cambiamento, la paura di morire e la paura di vivere

Il cambiamento è una delle cose che spaventa di più noi esseri umani ed è anche una delle componenti essenziali della vita. Cambiare infatti corrisponde sempre a rinunciare a qualcosa di conosciuto per qualcosa di ignoto.  A lasciare andare qualcosa che c’è per aprire le braccia a qualcos’altro, di nuovo e spesso inaspettato.  A morire per poi rinascere!

Basta pensare che tutta la pelle del nostro corpo si rinnova in un solo mese. Ciò avviene 12 volte all’anno e 120 volte in 10 anni!

La ricerca cellulare ha mostrato che effettivamente tutto il corpo si rigenera di continuo, ed è una sorte che accomuna ogni essere vivente. 

E qui sta l’apparente paradosso: la vera costante della vita sembra proprio essere il cambiamento! L’immobilità infatti non esiste nell’universo, la natura che è viva si rigenera di continuo. 

Dato che tutto cambia costantemente, a ritmi differenti, possiamo affermare che tutto partecipa ad un Cambiamento più grande, con la C maiuscola. 

Quando accettiamo questa verità, quando vediamo che la vita stessa è cambiamento, allora cominciamo a comprenderne la vera natura: vita e morte sono parte di uno stesso processo e sono entrambe elementi essenziali del vivere. Comprendere e accettare questo ci permette uno sguardo più sereno e ci predispone a fluire naturalmente con la vita.

Questo concetto, tanto caro alle filosofie orientali, soprattutto al Buddismo, e ad una parte delle filosofie occidentali precristiane, prende il nome di impermanenza. L’impermanenza non è altro che la transitorietà dei fenomeni, il fatto che tutto è passeggero, tutto muta, niente è eterno. 

Integrare e applicare concretamente questa consapevolezza ci permette in ogni momento di risvegliarci dall’illusione contraria (permanenza), ovvero dalla falsa credenza che le cose possano durare per sempre. Che noi stesse/i possiamo o dobbiamo essere sempre uguali, coerenti con l’immagine di noi in cui ci siamo riconosciute/i fino a quel momento. Che le cose, le persone, le relazioni non debbano cambiare mai o possano non finire. 

Nella vita quotidiana, come sotto incantesimo, per confermare questa versione immutabile di noi e del mondo, siamo disposti/e a cambiare la nostra percezione o la nostra interpretazione della realtà, anche a costo di distorcerla.

Ecco come un meccanismo evolutivo importante può allora trasformarsi in un processo che ci boicotta dall’interno. Infatti la ricerca di coerenza interna ed esterna è stata indispensabile per sviluppare abitudini importanti per la sopravvivenza e per la salute umana, ma se questo meccanismo si trasforma in ricerca di “coerenza a tutti i costi” diventa fortemente controproducente.

Per esempio se da un lato la ricerca di coerenza ci permette di risparmiare fatica ed energia in situazioni come sbrigare faccende, prendere appuntamenti, percorrere la stessa strada verso casa senza dover ogni volta ridisegnarsi la mappa, sperimentare zone di riposo e confort in cui metabolizzare l’esperienza, ecc., dall’altro può finire per essere messa al servizio della paura del cambiamento e dell’illusione della permanenza.

Questo si traduce in una vita quotidiana molto stressante perché servono un dispendio di energie e di tempo notevoli per mantenere il controllo sulla realtà circostante necessario a confermare l’illusione della permanenza!

E questo meccanismo può fortemente limitare l’espressione emozionale, le relazioni, la creatività, l’autorealizzazione e ci può ostacolare in tutte le situazioni di vita che ci richiedono flessibilità. Non solo, come abbiamo visto, questo bug interno genera una zona cieca che inficia a monte la nostra consapevolezza impedendoci una conoscenza autentica e diretta dei fenomeni. 

Come ho accennato l’emozione che sta alla base della difficoltà ad accogliere il cambiamento è senza ombra di dubbio la paura. E la madre di tutte le paure è la paura di morire.

Per questo ritengo che ogni lavoro interiore autentico, finalizzato al proprio percorso evolutivo, debba prima o poi toccare i temi della morte, della fine e del cambiamento, e permetterci di stanare paure e credenze che inconsciamente ci boicottano.

Infatti la paura di morire che a volte, ma non sempre, può salvarci la vita, non potrà impedirci in assoluto di morire. Non solo, spesso questa paura se eccessiva, aspecifica e generalizzata, come nel caso dell’ansia, arriva ad impedire di vivere pienamente, fino ad una vera e propria impossibilità o rinuncia alla vita. Ed ecco un altro paradosso: si può arrivare a non vivere per paura di morire!

Infatti quando invece di ascoltare la nostra paura e prenderla per mano ci lasciamo dirigere da lei, questa alla lunga ci porta in un circolo vizioso paura-controllo-paura: tanto più cerchiamo di mantenere le cose come sono, di “fermare” il cambiamento, tanto più la paura stessa del cambiamento aumenta. Si genera così un circuito o feedback retroattivo, per cui tanto più ho paura tanto più aumento il controllo, ma se aumento il controllo sto rimandando al mio sistema interno (corpo, mente, emozioni) l’informazione che c’è motivo di avere paura. Questo genera un sistema che porta gradualmente verso il blocco, la stasi, la non vita.

Quindi se il cambiamento è nella nostra natura, tutto quello che interferisce con il cambiamento può essere letto come un’anomalia, un blocco o un’interruzione del movimento della vita.

All’interno di questo più vasto panorama il cambiamento interiore comincia ad assumere la forma di un dialogo partecipativo con qualcosa di più grande e la psicoterapia può essere vista come uno strumento al servizio di questo processo.

Ogni nostro salto evolutivo è fatto di tanti piccoli cambiamenti che si susseguono ogni giorno, dentro e fuori di noi, e che ci portano fino al punto in cui sentiamo davvero la spinta a trasformarci. Quando questa spinta è interrotta o bloccata è necessario intervenire per facilitare il movimento. Se invece il movimento continua da sé basta semplicemente non ostacolarlo.

Questo “non ostacolare” ci richiede una buona dose di flessibilità e di stupore, la disponibilità a lasciare una vecchia pelle per scoprire cosa di nuovo c’è sotto.  A morire e rinascere continuamente, fluendo con la vita. (… continua)

In ogni cambiamento importante per la nostra evoluzione ci si predispone a lasciare andare quello che non è più buono per noi, che non ci serve più, anche se è conosciuto e abituale. Ma finché non ci tuffiamo con tutto il nostro essere in quell’ignoto, che rappresenta ciò che stiamo diventando, possiamo restare imprigionati nella nostra rassicurante ma dolorosa sofferenza.

Come insegnano maestri/e, filosofi/e, poeti/poetesse e saggi di tutti i tempi sia a oriente che a occidente la vera vita comincia quando superiamo la paura della morte. E il primo passaggio è riconoscerla dentro di sé.

Come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo la vita rivela la sua essenza di vita-morte-vita e ogni cambiamento rappresenta allora un piccolo frattale di quel più vasto movimento che chiamiamo vivere. 

In ogni istante la vita ci chiama quindi a morire per poi rinascere, e quando noi ci opponiamo consciamente o inconsapevolmente a questo fluire entriamo in un in una stasi, in una resistenza alla vita che si traduce in una riduzione del vivere stesso. 

Si pensi a tutte quelle situazioni in cui per paura di affrontare una nuova situazione o qualcosa che non conosciamo, o per paura di soffrire, ci releghiamo in una zona di non-vita. 

Perché come abbiamo visto se il cambiamento è una delle cose che ci spaventa di più ed è anche una delle componenti essenziali della vita, così essenziale che può essere usato per definirla, possiamo affermare che avere paura del cambiamento corrisponde di fatto ad avere paura di vivere. 

Mi viene qui in mente un paziente che ho seguito qualche anno fa, attraverso un servizio di assistenza domiciliare. Nel primo anno di questo lavoro insieme Marco (nome che invento ora per proteggerne la privacy) ed io avevamo lavorato profondamente sulla sua paura della morte e sul tempo trascorso. Guardandosi indietro veniva spesso colto da un senso di colpa per come aveva vissuto la sua vita in passato, senza curarsene troppo e continuamente sfidandola. Ora che la malattia lo metteva di fronte alla sua fragilità la vita di prima gli sembrava preziosa.  Nel secondo anno nel percorso insieme Marco aveva ritrovato il piacere di scrivere e raccontarsi, cominciò così a lavorare ad un libro che poi pubblicò. Il titolo di questo libro era “La paura di vivere”. Nel rileggere la sua vita Marco si era accorto che più che di morire aveva sempre avuto, sotto sotto, paura di vivere!

E in fondo, ripensandoci ora, penso che non ci sia tanta differenza. Ogni passo che compiamo verso la vita ci avvicina anche alla morte. E questo vale per ciascuno di noi, a qualsiasi età. Perché morte e vita sono parte di uno stesso processo che ha come costante il cambiamento.

È un fatto, a cui però spesso attribuiamo un valore negativo, così negativo che alla fine lo rimuoviamo e a livello collettivo diventa un tabù. 

La psicoterapia può essere definita un viaggio di trasformazione all’interno di un contesto “protetto”, dove il cambiamento diventa un percorso cosciente che passa attraverso l’acquisizione di consapevolezze, strumenti e strategie nuove e che può portare a trasformarci profondamente fino a diventare un essere umano più autentico e realizzato. 

E tu che rapporto hai con il cambiamento? Sei disponibile a lasciare andare quello che non è più adatto a te? Quanto ti consideri flessibile nell’affrontare i cambiamenti che la vita ti propone?

Se ti va ti invito a rispondere a queste domande o a condividere tue riflessioni su questo tema nei commenti.

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Grazie! 🙂

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